Pillole di Bea

I'm awesome

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Occhio alla spesa

La vita di una ragazza studente fuorisede che non abbia particolari propensione all’arte culinaria è generalmente costellata da insalate in busta e zucchine insipide comprate in offerta alla Pam: per dare una svolta a questo grigiore alimentare, ieri io e Mari abbiamo deciso di comportarci da brave sciure (naturalizzate) milanesi e andare a fare la spesa al mercato. 

La partenza non è stata delle migliori, visto che nessuna delle due ha avuto la forza di alzarsi presto per ottenere la prima scelta di prodotti, ma, all’alba delle 11 del mattino, in assetto da guerra, che comprendeva due megabuste in plastica e un carrellino da spesa rosa a fiori, ci siamo fatte forza e abbiamo esplorato, valutato, soppesato e confrontato mezzo milione di banchetti di verdura, comprando due zucchine lì, due melanzane là, pane cavoli e cavolfiori a seconda del migliore offerente. Fatta eccezione per una doccia fredda per una fregatura palese del tizio della bancarella dei salumi, abbiamo proseguito trionfanti la nostra mattinata di shopping oculato, scovando mascara a tre euro dall’oviesse in un rapido pit stop, e, al grido “Ferragni non sei nessuno, a comprar vestiti sono buoni tutti” ci siamo dirette verso la nostra alma mater, PAM, per completare l’opera. 

Una volta a casa il risultato è stato questo: la verdura è ancora sul davanzale perchè il nostro frigo è troppo poco capiente, e abbiamo dovuto scaldare la teiera e indossare guanti di gomma e occhiali da sole per sturare il lavandino con l versione very cheap dell’idraulico liquido che può causare, tra gli effetti collaterali, ustioni, cecità, avvelenamento e morte.

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Beauty Spa

Per una ragazza l’appuntamento dall’estetista porta con sè lo stesso bagaglio emotivo che può provare un cane per la visita veterinaria: si sa che è una tappa obbligata, ma l’alone di terrore che quel luogo, benché profumato, pulito e in cui risuona musica rilassante, trasmette a tutte noi è palpabile nell’aria.
Ogni ragazza visita l’estetista per un motivo, ma è il modo in cui si varca l’uscita che permette ad un osservatore esterno di classificarci a seconda di specifiche categorie. Avendo passato un intero pomeriggio bighellonando per il salone di una mia amica ne ho individuate alcune.
QUELLE DELLA MANICURE: le riconosci perché vengono assalite dall’ansia al momento di pagare. La cosa interessante, però, è che la preoccupazione che le concerne non riguarda strettamente i soldi, quanto l’atto di recuperare il portafoglio dentro la borsa: l’imperativo d’obbligo è NON TOCCARE NIENTE, e quelle della manicure, nella necessità assoluta di dover maneggiare qualsivoglia oggetto, usano le dita a mo’ di pinze, muovendosi al rallentatore, neanche dovessero disinnescare una bomba.
CERETTA: che siano sopracciglia, baffetti o brasiliana inguinale, uscire dall’estetista post ceretta comporta un certo disagio psicofisico. Se ci si è limitate a strapparsi i baffi (o le sopracciglia) l’unica è inforcare gli occhiali da sole, e uscire a testa bassa, per nascondere al mondo il rossore rivelatore; la ceretta all’inguine si rivela all’acuta osservatrice per il modo traballante in cui la coraggiosa appena sottopostasi al trattamento cammina, quasi si aspettasse di sentirsi cadere la Iolanda da un momento all’altro. Non preoccupatevi, per quanto la sensazione sia singolare di per sè, la sotto rimane tutto a posto.
QUELLE DELLA PEDICURE: intimamente, chiunque abbia lo smalto fresco ai piedi, vorrebbe trovarsi in assenza di gravità. Il terrore attanagliante di entrare in contatto anche con un solo granello di polvere con le unghie rende queste poverine assolutamente confuse su come camminare, quasi lo avessero dimenticato: un po’ sulle punte, un po’ sui talloni, si cerca il contatto con il terreno il meno possibile, camminando come un gatto Silvestro in ciabatte.

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diete alternative

Sono a casa da quasi una settimana e non faccio molto, oltre a dormire, prendere il sole, dormire e annoiarmi. Ho anche iniziato ad andare a correre ogni mattina, giusto per avere qualcosa da fare e avere un motivo per alzarmi presto e non poltrire fino a mezzogiorno. Insomma,  mi sono messa ad osservare una delle mie gatte, che fino a poco tempo fa era una cicciabomba, ma dico una cicciabomba vera, qualcosa come 8 chili di felicità cicciona e pelosa, e mi rendo conto che adesso è magra. Eppure nessun cambiamento nel cibo, mangia sempre le solite cose, e a giudicare da quanto dorme all’ombra dei vasi del giardino, sicuramente l’attività fisica non è la causa scatenante di questo improvviso dimagrimento. Però mangia le lucertole. Quindi mi sono domandata: le lucertole funzionano come il gambo dell’ananas, che brucia le calorie quando te lo mangi?

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Viva l’estate

Programma della serata, organizzato questo pomeriggio: andare con mia sorella a mangiare l’anguria.
Esito della serata: bea rimane sola a casa con il cane. Evviva evviva.

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la sessione d’esame

Ci sono momenti nella vita di una ragazza in cui non succede mai niente: nella vita di questa ragazza in particolare, questi momenti coincidono generalmente con la sessione d’esame.

In questo periodo, anche ferrate party girls come la sottoscritta, entrano in un vortice psicotico in cui il cibo perde sapore, la città perde colore e in più vieni assalita da una misantropia acuta (specialmente se dei geni decidono di piazzarsi sotto la tua finestra alle 4 del mattino un giorno sì e l’altro pure a fare cose divertenti come mettere Danza Koduro a tutto volume nello stereo della macchina e ballare e cantare come se non fossero sul naviglio Pavese a Milano ma in spiaggia a Copacabana). 

La cosa che più contraddistingue la vita di una ragazza in sessione d’esame, però, è la scarsità di contatto umano e la trasandatezza con cui la suddetta sessione viene affrontata. Se si studia a casa, per esempio, la regola d’oro è NON lavarsi i capelli: in questo modo, mantenendo una specie di nido di tortore al posto di quella che una volta era la tua chioma fluente, curata fino allo spasmo per essere lucida e soffice, ogni invito ad uscire ti sembrerà poco appetibile, perchè il solo pensiero di strofinarti la cute con shampoo e balsamo potrebbe traumatizzarti tanto quanto la prospettiva di scalare il Monte Rosa calzando Hawaianas. 

Per quanto riguarda il contatto umano posso dire che il mio unico interlocutore di questi giorni è stato il cassiere del Punto Sma in corso San Gottardo: questo cassiere (che si chiama Giuseppe e ha un quadrifoglio tatuato sul collo) mi ha visto arrivare sabato sera, alle 20.00 in tuta e con la coda di cavallo (vedi la regola d’oro). Dopo un arido scambio di battute, arido e irritante per me, data l’infelice scelta di lessico del poverino, che mi ha suggerito di “studiare” come sistemare l’ammorbidente, il latte e la scatola dei cereali nel sacchetto, oggi sono tornata a fare la spesa, sempre allo stesso orario, ma con i capelli puliti (la regola d’oro vale fino a un certo punto). Non sono certa che mi abbia riconosciuto, anche se il pallore e la trasandatezza erano più o meno gli stessi, ma questa sera, per evitare malintesi ed evitare di impazzire ringhiando: non dire quella PAROLA, non ho chiesto il sacchetto. Ho infilato tutto nella borsa e me ne sono tornata mestamente a casa, quasi ubriaca per aver respirato troppo ossigeno libero tutto insieme. 

La cosa positiva è che alla fine di questa settimana posso sperare di ritornare ad essere una persona quasi normale.

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ore di sonno

Questa notte ho dormito poco. Mi sono alzata tutta trafelata al suono della sveglia del telefono e questo mi ha fatto rimpiangere il suono dell’arpa in dotazione all’iphone che ho tenuto tutto l’inverno e puntualmente non sentivo. Quindi mi sono fermata un pochino a pensare alle sveglie, ricordando una conversazione avuta poco tempo fa, e ammettendo amaramente di non essere una persona mattutina, di quelli che hanno la sveglia incorporata che riescono a alzarsi senza fatica ogni giorno alle 7.45, ho ripensato a tutti i trucchi che mi sono inventata nel corso della mia vita per riuscire a svegliarmi in tempo e non arrivare in ritardo a scuola.

Alle elementari e alle medie la sveglia era mia madre: forse una delle più traumatiche, dato che si alzava tardi anche lei, piombava in camera mia come se fosse un’irruzione S.W.A.T aprendo la porta fortissimo e dicendo “Beatrice svegliati che è tardi!!!”. Mentiva anche sempre sull’orario, facendomi credere di essere sul punto del collasso della tabella di marcia, e io mi alzavo di corsa già disperata, cosciente che non sarei potuta rimanere neanche un secondo fori dal portone di scuola insieme alle tipe cool che al mattino facevano comunella prima di entrare.

Con l’adolescenza e il liceo, ho deciso di diventare indipendente: complici i cellulari di nuova generazione, prima ho cercato di registrarmi una sveglia personale, con la voce più allegra e simpatica che mi riuscisse di fare, che recitava un mantra positivo come “Buongiorno Bea, sei bellissima questa mattina”. E’ durata due giorni: il primo giorno ci ho creduto, già al secondo, l’immagine regalatami dallo specchio la mattina prima smentiva la sveglia in modo così spudorato da farmi alzare incazzata nera per quanto quella stupida voce fosse bugiarda e ingannatrice. Il breaktrough è arrivato con la radiosveglia, regalatomi da una madre preoccupata dal doversi alzare anche lei alle 6 e 20 per svegliare me, e una volta capito come si sintonizzasse per un po’ ha funzionato. Mia sorella non era particolarmente felice di questa cosa, dovendo dividere la camera con me, ma quell’aggeggio tondo e luminoso, con la possibilità di proiettare l’orario sul soffitto (cosa totalmente inutile per me, data la miopia) ha mantenuto un alone positivo nei miei ricordi.

L’università: l’inizio dell’indipendenza vera, nessuno a pensare alle cose per conto tuo, si cresce, e ti devi arrangiare da sola. In questo slancio positivo verso il futuro, mia madre (sempre lei) se ne torna da Londra con il regalo della vita, una sveglia gigantesca, rosa, una per me e una per mia sorella, fatta come le sveglie antiche con quelle specie di campanelle da bicicletta sopra. Questa sveglia, spiega madre tutta felice, è personalizzata: canterà una canzone bellissima e dirà il mio nome. La canzone bellissima in questione altro non è che un tizio, che dopo il chicchirichì registrato di un gallo, grida a squarciagola: “Buongiorno Beatrice, è ora di svegliarsi! Sarà una splendida giornata!!!!” e continua cantando “Sveglia Beatriiiiiceee, è già mattina ormaiiiii, svegliaaaa Beatriceeee, bisogna alzarsi daiiii, rifare il letto, e poi vestirsi, lavarsi i dentii e pettinaaaaarsiiiii, sveglia Beatrice, è gia mattina ormaaaaaaiiiiiiii”. Tralasciando la scarsa attitudine all’igiene personale di questo tizio canterino, questa sveglia aveva un volume talmente forte che mia sorella, notoriamente più impulsiva di me, la schiantò contro il muro dopo circa una settimana; io invece, nonostante rischiassi l’attacco coronarico ogni volta che sentivo quel maledetto gallo, decisi che quella poteva essere la mia sveglia da esame, e la tenevo lontano dal mio letto, dimodochè, in preda a una furia omicida, mi alzassi di corsa, la spegnessi, e una volta messo a tacere quell’irritante canterino, potessi procedere in direzione doccia. Adesso quella sveglia è in salotto, privata delle pile, e se proprio ho qualcosa di importante da fare al mattino, prego che gli orari delle mie coinquiline coincidano con i miei, almeno mi svegliano loro.